I droni del terrorismo e le contromosse USA: gli ultimi sviluppi tech - Agenda Digitale

Droni sempre più evoluti e autonomi sono la nuova arma dei terroristi, ma gli Usa hanno approntato tecnologie per controbatterli. E i terroristi presentato droni ancora più sofisticati.

Ecco lo stato dell’arte di questa battaglia nei cieli, anche a colpi di intelligenza artificiale, nel mio articolo per Agenda Digitale

I droni del terrorismo

Il terrorismo dei nostri giorni non utilizza più armi tradizionali, ma attacca sempre più il nemico attraverso nuovi strumenti e metodi, a partire dal cyber crime, quasi “invisibile”, fino allo sfruttamento dei droni.

Vediamo quali sono i risvolti.

 

Droni per il terrorismo

Lo scorso 7 gennaio è stato abbattuto un drone proveniente dal Libano mandato dall’organizzazione paramilitare islamista libanese Hezbollah. La notizia è stata divulgata dall’Israeli Defence Force (IDF), ma non è di certo una novità. Già nel 2020 era stato abbattuto un drone simile dagli israeliani, che al suo interno aveva una scheda di memoria con diverse immagini, tra cui i volti di agenti della Radwan, gruppo terroristico libanese tra i più organizzati e specializzati nell’uso degli UAV, Unmanned Aerial Vehicle, i droni utilizzati contro le truppe israeliane per finalità di intelligence, e immagini di messi di trasporto del gruppo paramilitare libanese.

A quanto riportato dal Research and Education Center ALMA, Hezbollah ha in casa 2000 UAV tecnologicamente avanzati, forniti dall’Iran, più 200 circa di fabbricazione iraniana, utilizzati, per le loro caratteristiche, per operazioni di Intelligence reconnaissance e attacchi kamikaze su impianti strategici nazionali in territorio israeliano. Nel 1984 l’Iran ha sviluppato il suo primo drone e da allora ha messo in piedi un Army UAV capace di estenderi in tutto il Medio Oriente.

Se questi strumenti erano riservati solo ai Paesi con budget consistenti destinati alla difesa, oggi sono utilizzati per tutta una serie di attività di intelligence, ricognizione e attacco per i diversi vantaggi che offrono, tra cui i costi molto più competitivi, la possibilità di essere prodotti internamente, la facile reperibilità sul mercato internazionale.

 

Attacchi dall’alto

Dal 2001, anno dell’attacco alle Twin Towers di New York, che ha rappresentato un attacco all’Occidente intero, il terrorismo ha subito una vera e propria evoluzione, diventando sempre più creativo e imprevedibile e giocato su campi di battaglia “invisibili”, come il web. Tuttavia, accanto al cybercrime, si sta facendo strada un altro tipo di attacco, quello attraverso i droni e probabilmente questa è tra le armi più preoccupanti del futuro insieme ad attacchi batteriologici.

Questo perché i miliziani dell’Isis riescono a riempire di bombe o sostanze chimiche droni commerciali, che se lanciati su una folla di persone, provocano devastazione. I droni odierni hanno una capacità del peso di una granata o di una pistola, ma con l’evolversi della tecnologia, si potrà arrivare a trasportare pochi chili, sufficienti per seminare morte in un grande evento. Il drone rappresenta una reale minaccia anche per infrastrutture critiche, come dighe o anche centrali nucleari.

 

Piano anti-droni USA

Gli Stati Uniti, di fronte a questa crescente preoccupazione, si stanno già muovendo con un programma da 700 milioni di dollari per il reclutamento di start-up civili anti-droni e nel corso del 2020 hanno iniziato anche i test di uno scudo anti-droni nell’area circostante la Casa Bianca. Le azioni sono giustificate anche dall’aver scoperto e sventato nel 2011 un piano di attacco terroristico sul territorio nazionale da parte di un giovane americano di origini bengalesi arrestato per aver pianificato un attacco al Pentagono e al Campidoglio proprio con droni pieni di esplosivo al plastico C-4. Lo stesso Ferdaus, con nome falso, aveva replicato un vecchio F-86 Sabre, aereo da caccia degli anni Quaranta ed è stato accusato di progettare attacchi contro militari USA per al-Quaeda all’estero e di costruire detonatori per IEDs.

Ricordiamo che l’attacco tramite drone può avvenire anche infiltrandosi nel sistema video o mettendo in crisi i sistemi di navigazione di droni altrui, come è accaduto in passato ad alcuni Predators in volo sull’Iraq, i cui video non criptati sono stati intercettati dal gruppo ribelle Kata’ib Hezbollah, sostenuto dall’Iran.

La Faa (Federal Aviation Administration) e il Department of Homeland Security stanno lavorando a una tecnologia che sia in grado di rilevare i droni nello spazio aereo circostante e bloccare le comunicazioni radio tra drone e operatore (jamming).

 

E le contromosse dei terroristi

I nuovi droni non sono jammable però perché sono pre-programmati quindi vanno a obiettivo senza un collegamento con un operatore o una stazione di controllo. Riescono inoltre a volare in modo da sfuggire all’individuazione tradizionale dei radar.

 

E le contro-contro mosse degli Usa

Non è finita qui certo la corsa tra gatto e topo. Gli Usa hanno sviluppato laser per fondere i motori dei droni e sistemi a micro onde per interferire l’elettronica e quindi abbatterli. L’abbattimento resta però critico nei centri abitati, per ovvi motivi e le micro onde possono causare danni anche ad apparecchi civili importanti, come quelli degli ospedali.

Per individuare i droni si usano analisi big data con intelligenza artificiale, sempre più spesso. L’intelligenza artificiale può diventare però un’arma anche della controparte, gestendo attacchi swarm, sciami di droni coordinati, che potenzialmente possono essere molto pericolosi.

 

Droni di morte: il caso afgano

Il primo attacco nella storia che ha utilizzato il drone come arma c’è stato il 7 ottobre 2001, giorno dell’invasione dell’Afghanistan da parte degli USA e degli alleati, che ha rovesciato il regime talebano. Il drone era un Predator armato, aveva come obiettivo il mullah Mohammad Omar, leader supremo del gruppo, e, sorvolando sulla provincia meridionale di Kandahar, la cosiddetta capitale dei talebani, ha invece colpito, con due missili Hellfire, un gruppo di afghani, ma non lui. Il mullah Omar è, infatti, morto per cause naturali una decina di anni dopo all’interno di un nascondiglio a poca distanza da una base tentacolare degli Stati Uniti. E, nel cercare per ucciderlo, sono state seminate tante vittime civili.

Vent’anni dopo l’attacco effettuato con i droni dagli USA contro Kabul, a seguito della ritirata ufficiale delle ultime truppe USA e della coalizione NATO dall’Afghanistan nell’agosto 2021, e la ripresa al comando delle forze talebane con a capo il leader talebano di spicco nella rete Haqqani, ala militare del gruppo, sulla cui testa gli Stati Uniti dieci anni fa avevano affisso una taglia da cinque milioni di dollari e che, tra l’altro, gli stessi USA credevano di aver ucciso tramite attacchi di droni. In questo attacco morì una famiglia di dieci civili, tra i quali un’interprete per gli Stati Uniti in Afghanistan e sette bambini. Un attacco, quindi, fallimentare, da parte dell’amministrazione Biden e non solo, visto che molto spesso, già in passato, gli attacchi da parte americana sono avvenuti in zone rurali, in cui poi era difficile svolgere le dovute verifiche. In questo caso, l’attacco era stato rivolto sulla capitale afgana, su luoghi a cui tutti avevano accesso, da giornalisti a investigatori. Da qui, i media afghani hanno iniziato a mostrare i familiari delle vittime e dal ritiro delle truppe americane e NATO, se ne sono interessati anche i media di tutto il mondo, tant’è che a seguito di un rapporto dettagliato del New York Times l’amministrazione americana è stata costretta a ritrattare precedenti affermazioni, ammettendo l’errore commesso, ossia la morte di civili innocenti nell’attentato.

Secondo l’organizzazione inglese per i diritti umani Reprieve, nella caccia all’uomo di 41 obiettivi nel decennio 2004-2014, hanno visto la morte ingiustamente oltre 1.100 persone tra Pakistan e Yemen e, tra l’altro, la maggior parte dei ricercati sono ancora vivi, come gli Haqqani, o il leader di Al-Qaeda Ayman al-Zawahiri. Addirittura, solo il 4% delle vittime di attacchi fatti con i droni in Pakistan sono rappresentati da militanti ISIS, secondo quanto ha rivelato nel 2014 il Bureau of Investigative Journalism di Londra, e centinaia di persone uccise sono state indentificate semplicemente come combattenti afghani o pakistani oppure sconosciuti, per cui non se ne conosceva neanche l’affiliazione.

 

 

Fonte: Agenda Digitale

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