Roma. Terrorismo. Una analisi con Marco Santarelli - Fino a prova contraria - L'Espresso

Una mia analisi con Giancarlo Capozzoli, per la sua rubrica "Fino a prova contraria" per L'Espresso, sull'evoluzione e la declinazione contemporanea del terrorismo, con attenzione alle tecniche più innovative, proviamo a mettere un punto alla disinformazione

terrorismo

Terrorismo: etimologia e significato 

Prendendo spunto da tre notizie del momento che avvertono, attraverso i loro rappresentanti e forze dell’ordine, della minaccia e dei timori di attacchi terroristici, il Torneo ATP 500 di Dubai, la morte del capo dello Stato Islamico dell’Iraq in Siria (Isis o Is) Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi, detto anche dal Pentagono Haji Abdullah, e le Olimpiadi di Pechino, in cui il livello d’attenzione è più sui droni, dobbiamo imporci una riflessione più profonda sul concetto di terrorismo che molti, a torto, avvicinano solo a concetti come radicalizzazione o a singoli gruppi reazionari. Non c’è errore più grande. In questo primo di 4 appuntamenti sul Terrorismo, sulla sua evoluzione e sulla sua declinazione contemporanea, con attenzione alle tecniche più innovative, proviamo a mettere un punto alla disinformazione: la parola terrorismo, etimologicamente affibbiata alla parola “terrorism” francese, in realtà deriva da terròrem del verbo latino “terreo”, che significa “spaventare”, derivante a sua volta da ex-pavèntare, esteso al participio presente ex-pàvens. Simultaneamente spaventare e paventare, cioè trasmettere “paura” attraverso un evento e far percepire e ingigantire quello che si è fatto.

 

Terrorismo e Reti collaborative 

Il terrorismo si espande, secondo un punto di vista contemporaneo, come struttura e configurazione di reti organizzate. Le reti si sviluppano e si ritraggono come un elastico, dando più o meno valore aggiunto. In questo scenario lo sviluppo è nella costituzione di reti compiacenti che fanno sì che il Terrorismo sia soprattutto alimentato dal suo interno e trasversalmente con altre reti criminali. Il Terrorismo crea l’illusione di una vita migliore, amplifica disagi, cresce, fa studiare, trascina con sé soggetti problematici che vogliono dare ai figli speranze che, invece, si rivelano solo delle illusioni. Cresciute queste reti (come coordinate  o, raramente, cani sciolti) sviluppano la loro dialettica in un classico trittico: si individua qualcuno a cui raccontare ció che si vuole fare (crescita del disagio e sviluppo di dipendenze tra persone), si sceglie un destinatario (un potere da combattere o un luogo) e si costruisce la strategia sul messaggio come narrazione (racconto, modalità del raccontare, analisi premeditata di chi svolge l’attentato, cosa rappresenta e come si deve muovere tra studi approfonditi dello stesso attentato, spaventare). Il Terrorismo, così facendo, diventa organizzato e come tale si amplia per esplorare l'infinità di forme di un'azione da intraprendere. 

Gli attentati del dopoguerra, dell’omicidio Moro, la facilità di gestire fondi per attentati della criminalità organizzata (con conseguente aumento della percezione del benessere verso quelle persone che non hanno possibilità di credito immediato) in Italia e l’attentato ai mercatini di Berlino del 2016 ne sono la stessa medaglia con facce diverse. La fotografia perfetta del Terrorismo. Nel primo caso, quello degli attentati del dopoguerra, si lancia il messaggio simbolico della morte per sacrificare la stessa idea di democrazia con una precisa connotazione di potenza latente e mostruosa. Questo è un Terrorismo ancora attivo che intende far emergere la compiacenza, come si nota in un documento molto interessante del 1992 del Senato della Repubblica tra professionisti, politici e terroristi. Un Terrorismo che potremo definire sociale. Ingranaggio stesso del tessuto sociale. Striscia, penetra e agisce grazie a soggetti insospettabili. Per il caso dell’attentato di Berlino del 2016, simile a quello di Nizza, Parigi o Vienna, i terroristi hanno approfittato delle variabili e delle connessioni che si sono costituite tra organizzazione perfetta, coincidenze ed implicazioni, proponendo un’angolatura legata, questa volta, ad una mondializzazione del concetto stesso di Terrorismo. Infatti, dalle Torri Gemelle in poi, si assiste a questo tipo di Terrorismo globale, appunto. Non è più solo sociale, ma si estende ad un messaggio più alto. Ecco che, per Berlino, l'attacco è avvenuto intorno alle ore 20:15. Qui il tessuto sociale individuato non è lo scopo, ma il mezzo. L’atto è stato studiato proprio per questo: è avvenuto a Breitscheidplatz, nei pressi della Kurfuerstendamm, vicino alla chiesa intitolata al Kaiser Guglielmo, ovvero allo stesso tempo luogo centrale e obiettivo primario nella zona più commerciale della parte occidentale della città e molto frequentata, oltre che da residenti, anche da turisti. Questi ultimi erano il vero obiettivo. Questo tipo di Terrorismo tende a voler trasmettere il messaggio non solo alle persone del luogo, ma al mondo intero.  Il messaggio era ed è anche quello di “avvertire” altri Paesi. A questi possiamo abbinare, con tecniche diverse, quegli attentati che avvengono in luoghi pubblici, aeroporti, ambasciate (vedi quello dell’italiano Attanasio) e così via. Di solito la rivendicazione è l’atto finale che tende a destabilizzare l’idea stessa di democrazia mondiale. Ma non solo: si mira a trasformare il mondo attraverso l’idea stessa del sacrificio che si realizza con la forza. Il punto cruciale, partito dalla civiltà illuministica e rinascimentale, è che nessuno ha mai ben capito che il Bene, il progresso, la tecnologia e l’innovazione crescono in potenza con il Male, ovvero con chi li utilizza anche per altro. Si innesca una tattica che possiamo chiamare “eccesso di realtà”, ossia uno specchio della stessa realtà, come dice il filosofo Jean Baudrillard. Secondo quest’ultimo, il terrorismo è molto simile alla terapia del caos o della complessità. Uno choc iniziale provoca conseguenze notevolmente più ampie rispetto all’evento grazie all’evento stesso e alla comunicazione che si da intorno ad esso. Basta riprendere, appunto, il già citato attacco delle Torri Gemelle del 2001. Gli eventi stessi sono stati parte del gioco, nel loro manifestarsi, perfezionando l’evento come trauma simbolico. 

 

Terrorismo: una vera e propria narrazione

Il trauma simbolico fa partire l’ultimo atto che chiude la dialettica dei tre momenti, di cui sopra: la narrazione. Narrare è conoscere. Come ci ricorda l’etimologia stessa di narrazione. Ovvero, anche osservare per tanto tempo, infiltrarsi nella vita quotidiana, abbassare le difese percettive, attivare una rete di informatori, capire, destrutturare le informazioni e creare un piano preciso.  Il legame tra terrorismo, narrare e conoscere è stretto. Narrare da gnarigàre, (purgare, ripulire, essere esperto di, conoscitore) e narro (racconto), i quali trovano a loro volta corrispondenze nella lingua greca (verbo gignosko, “conosco”). Entrambe rimandano ad una radice sanscrita (gnâ), “conoscere”. Narrare come raccontare, che richiama la coppia legein-logos del greco antico. Narrare significa anche deformare, deturpare e violare le leggi costituite attraverso mezzi e civili inermi. La percezione della realtà con la narrazione viene molto amplificata, si generano una visuale e un’angolatura che servono prevalentemente a chi prepara l’attentato per imporre il proprio potere, barattare le proprie richieste e soprattutto avere gli strumenti per capire come prepararne altri e come gestire le criticità di quelli già organizzati. La minaccia terroristica attraverso la narrazione, il racconto, fa passare il terrorismo da globale (tendenzialmente attivo fino al 2016) a quello della porta accanto di oggi, generando psicologicamente il cosiddetto adattamento e assuefazione alla minaccia. Non c’è un Terrorismo afgano o siriano, ce ne sono tanti che sfuggono all’opinione pubblica, ma che strisciano sempre più organizzati, coerenti (ahinoi) e che dialogano senza sosta.

 

La molteplicità del “campo di battaglia” 

Il terrorismo, come vedremo nelle prossime puntate, tendenzialmente si manifesta in armi nucleari, biologiche, chimiche, radiologiche, droni, automazione della IOT, sviluppo di stampanti 3D, social, psicologia, spazio, armi fisiche e così via. Il nemico è trasversale, supera la nazione di appartenenza. Il terrorismo è, però, da sempre, strategia, come detto, mondializzazione dei messaggi al di là, che sia chiaro una volta per tutte, degli strumenti normativi o innovativi che, invece, vengono sfruttati in base al cambiamento della società. I due fenomeni non si muovono in modo sincronico. Non esiste un terrorismo degli strumenti, di cui si sta parlando sempre più, ma esiste un terrorismo endemico che ha alla base una rete, come detto, che attraversa una sua organizzazione perfetta, che porta solo dopo alla scelta degli strumenti che vengono utilizzati, mai il contrario. Come arginiamo questo fenomeno? Esistono tanti documenti e studi in merito. Uno molto importante è quello del 29/09/2021, redatto dal Parlamento Europeo, che si sviluppa su quattro assi per una migliore risposta condivisa: il primo è sui controlli di sicurezza per  prevenire le infiltrazioni; il secondo è sullo sviluppo di una visione strategica da parte dell’intelligence; il terzo è sul monitoraggio e sul contrasto della propaganda con la mobilitazione dello sviluppo e coordinamento di reti informative locali e non; il quarto consiste nell’affrontare la criminalità organizzata come fonte trasversale di finanziamento del terrorismo.

 

 

Fonte: L'Espresso

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